
Il Consiglio costituzionale francese ferma il divieto generalizzato dei social agli under 15: tutela dei minori sì, ma con misure proporzionate e privacy.
Il divieto social under 15 voluto in Francia è stato bocciato dal Consiglio costituzionale. Il 14 agosto i giudici hanno dichiarato incostituzionale la norma che avrebbe dovuto entrare in vigore con il nuovo anno scolastico, giudicandola troppo ampia rispetto alla libertà di espressione e insufficientemente protetta sul fronte della privacy.
La decisione, ricostruita da Le Monde, non nega che lo Stato possa intervenire per proteggere i minori. Stabilisce però che una misura del genere deve essere appropriata, necessaria e proporzionata. Tradotto: non basta dichiarare pericoloso il problema per rendere costituzionale qualunque soluzione.
Il governo voleva staccare la spina ai social. I giudici gli hanno ricordato che, prima di staccarla, bisogna sapere a quale presa si è collegati.
Il divieto social under 15 in Francia avrebbe riguardato tutte le piattaforme e tutti i minori della fascia interessata senza distinguere tra servizi, rischi, età, maturità o situazione familiare. È proprio questa generalizzazione ad avere pesato nella decisione.
Secondo il Consiglio costituzionale, una restrizione compatibile con la Costituzione avrebbe dovuto considerare le caratteristiche specifiche delle piattaforme e i rischi effettivamente dimostrati. La norma, invece, poteva colpire anche servizi di comunicazione online per i quali non fosse stato accertato un rischio comparabile per salute e sicurezza dei minori.
Un altro problema era l’assenza di margine per le famiglie. I genitori non avrebbero potuto, per esempio, autorizzare l’accesso a determinate piattaforme in base al contesto. La tutela diventava così un divieto uniforme deciso a monte.
La parte più delicata riguarda la verifica dell’età. Per impedire l’accesso ai minori, il sistema avrebbe dovuto accertare l’età degli utenti. Ma il controllo non si sarebbe limitato ai ragazzi: avrebbe coinvolto potenzialmente tutti, perché una piattaforma deve prima distinguere chi ha meno di 15 anni da chi ne ha di più.
I giudici hanno rilevato che la legge non prevedeva garanzie sufficientemente specifiche per gestire questo passaggio senza creare rischi per la riservatezza degli utenti. È il nodo che ricompare in quasi ogni proposta di barriera anagrafica online: proteggere i minori senza costruire, per farlo, un sistema di identificazione generalizzata degli adulti.
La Francia si trova quindi davanti a due diritti che non si lasciano ordinare con un interruttore: la protezione dei più giovani e la libertà di comunicazione, insieme alla tutela dei dati personali.
La bocciatura non chiude il dossier. Il presidente Emmanuel Macron ha chiesto al governo di preparare un testo più solido sul piano giuridico, con l’obiettivo di arrivare a una nuova disciplina entro la fine del mandato, nella primavera 2027. Il tema si intreccia inoltre con il quadro europeo, dove le istituzioni stanno lavorando a regole comuni per l’accesso dei minori ai servizi online.
La sentenza francese ha quindi un valore più ampio del singolo provvedimento. Mostra che l’idea di una gioventù “offline per legge” è politicamente semplice da comunicare e giuridicamente molto più difficile da costruire. Vietare uno schermo è facile in uno slogan; decidere chi deve dimostrare cosa, a chi e con quali dati è il momento in cui lo slogan incontra lo Stato di diritto.