
James Gray alla Mostra di São Paulo ridimensiona il timore dell’AI creativa: la macchina, sostiene il regista di Paper Tiger, non raggiungerà l’animo umano.
James Gray non crede che l’intelligenza artificiale possa sostituire gli artisti. Alla Mostra Internacional de Cinema de São Paulo, durante una conversazione pubblica moderata da Walter Salles, il regista di Paper Tiger ha separato nettamente i rischi generali dell’AI dalla paura che una macchina possa conquistare il territorio della creazione umana.
“For artists, no problem”, ha detto Gray. E ha aggiunto che l’AI non arriverà mai al paesaggio infinito dell’animo umano. È una posizione quasi scandalosamente ottimista in un settore che da tre anni discute di sceneggiature generate, repliche digitali, dataset, contratti e posti di lavoro.
Il punto di Gray è filosofico. Il problema dell’industria, naturalmente, è che i bilanci sono molto meno interessati alla filosofia.
Come riporta ScreenDaily, Gray ha riconosciuto che l’intelligenza artificiale può creare pericoli in ambiti difficili da controllare, citando persino scenari estremi legati alla sicurezza. Ma quando il tema diventa l’arte, la sua risposta è opposta: la macchina può simulare forme e strutture, non la lotta emotiva che produce un’opera.
Il regista ha sintetizzato questa idea parlando della “struggle for the human heart” come della vera moneta dell’arte. È un argomento classico, ma oggi ha una conseguenza concreta: Gray rifiuta l’idea che la capacità statistica di produrre immagini o testo equivalga automaticamente a una capacità artistica.
La distinzione, però, non cancella il tema economico. Un sistema non deve essere un grande artista per ridurre tempi e costi in una pipeline. Per sostituire un lavoratore, a volte non serve superarlo: basta convincere chi paga che sia “abbastanza”.
Gray era a São Paulo anche per Paper Tiger, presentato in concorso a Cannes nel 2026. Il film è ambientato nel Queens nel 1986 e racconta due fratelli che finiscono coinvolti in un affare legato alla mafia russa, mettendo a rischio famiglia e rapporto reciproco.
Il cast comprende Adam Driver, Scarlett Johansson e Miles Teller. La scheda ufficiale del Festival di Cannes indica una durata di 115 minuti e presenta il film come un dramma criminale centrato sul legame familiare e sulle conseguenze di un’opportunità troppo buona per essere vera.
È quasi una nota a margine ironica: Gray difende l’irripetibilità dell’esperienza umana mentre porta in giro un film che torna alla New York analogica degli anni Ottanta. Non per fuggire dal presente, ma perché è lì che continua a cercare ciò che secondo lui un modello non può calcolare.
La tesi di Gray è forte se la domanda è “un modello può avere un’anima?”. È meno definitiva se la domanda diventa “uno studio userà un modello per spendere meno?”. Sono questioni diverse, e confonderle produce due opposte ingenuità: credere che l’AI diventerà Shakespeare oppure credere che, non essendo Shakespeare, non cambierà il lavoro creativo.
Gray difende il valore dell’imperfezione, dell’esperienza e del conflitto umano. Su questo il cinema ha buone ragioni per ascoltarlo. Ma la battaglia occupazionale si gioca altrove, nei contratti e nei costi marginali.
L’AI può anche non avere un’anima. Il problema è che nemmeno un foglio Excel ne ha una, eppure decide parecchie carriere. La rassicurazione artistica di Gray non chiude il dibattito: finalmente lo sposta sulla domanda giusta.