
X ricostruisce la propria app web con agenti AI e cinque ingegneri iniziali: caricamenti più veloci nei test e una nuova idea di sviluppo software.
X ha ricostruito la propria applicazione web con l’aiuto degli agenti AI, affidando a una squadra iniziale di cinque ingegneri un lavoro che la piattaforma ha portato a una prima versione in meno di sei mesi. La nuova architettura è già attiva per chi visita X senza effettuare l’accesso e per i motori di ricerca, mentre il passaggio degli utenti connessi procede gradualmente, Paese per Paese. La novità non riguarda soltanto una pagina che si apre più in fretta: cambia il modo in cui viene prodotto, controllato e aggiornato il software di una delle grandi piazze digitali.
A raccontare la ricostruzione è Yagiz Nizipli, principal engineer di X, in un approfondimento pubblicato il 4 novembre 2026. Secondo la società, su una connessione lenta la visualizzazione del primo post in un profilo è passata, in una prova comparativa, da 23,9 a 2,7 secondi. Un risultato notevole, che però va letto per ciò che è: un confronto condotto dalla stessa azienda in condizioni di laboratorio, non una promessa che ogni utente vedrà moltiplicarsi la velocità del proprio account.
La parte più interessante del racconto, peraltro, comincia proprio dove finisce il titolo facile sui cinque programmatori e l’intelligenza artificiale. I cinque hanno costruito la prima versione, non gestito da soli l’intero progetto fino al rilascio: dalla fine di settembre, precisa X, hanno contribuito al lavoro oltre venti persone. E gli agenti AI non hanno scelto autonomamente cosa dovesse diventare il social network. Hanno soprattutto eseguito, adattato e verificato lavoro di implementazione entro regole predisposte dagli esseri umani.
Per gli ingegneri il progetto non è consistito nel chiedere a un chatbot di «rifare Twitter». Il team ha definito l’architettura, individuato le funzioni da trasferire e revisionato i cambiamenti. Gli agenti AI hanno lavorato soprattutto sulla traduzione dei comportamenti del vecchio sito nel nuovo codice, sulla conversione delle pagine, sulla scrittura dei test e sulla correzione dei problemi segnalati dai controlli automatici o dalle persone.
X ha dato agli agenti un documento comune, AGENTS.md, con le convenzioni da rispettare, e più di venticinque procedure riutilizzabili per attività ricorrenti, dalle modifiche alle dipendenze fino alla gestione delle richieste di revisione. Sono state introdotte verifiche prima di ogni modifica, compresi controlli personalizzati che bloccano errori e scorciatoie frequenti nel codice generato automaticamente. Fra questi compare persino un filtro definito «anti-slop»: una definizione poco lusinghiera per un problema che l’industria dell’AI conosce benissimo, ossia la facilità di produrre grandi quantità di codice dall’aria plausibile e dalla manutenzione assai meno rassicurante.
L’operazione mostra quindi un ruolo nuovo per gli sviluppatori, ma non la loro scomparsa. Una parte della scrittura manuale viene delegata, mentre cresce l’importanza di stabilire regole, definire test, riconoscere le regressioni e assumersi la responsabilità di ciò che finisce online. Il guadagno di produttività descritto da X è significativo, ma non basta per concludere che cinque persone possano sostituire qualsiasi team di dimensioni maggiori in qualunque progetto.
Il problema originario era più concreto dell’intelligenza artificiale. Negli anni X aveva accumulato tre sistemi per rendere le pagine: l’applicazione usata dalle persone, un sistema dedicato ai crawler dei motori di ricerca e un altro ancora per alcune pagine indicizzabili e contenuti condivisi. Una stessa URL poteva dunque essere trattata in modi diversi a seconda che la aprisse un lettore, Googlebot o un servizio incaricato di generare l’anteprima di un link.
Il paradosso era che talvolta i robot ricevevano una pagina già pronta mentre gli esseri umani aspettavano che il browser scaricasse ed eseguisse il codice necessario a mostrarla. Nel frattempo, una correzione relativa al titolo, ai dati strutturati, ai reindirizzamenti o agli errori 404 poteva dover essere replicata in più sistemi. È il genere di problema invisibile a chi scorre il feed, ma molto concreto per chi gestisce un sito e prova a farsi trovare nella ricerca.
La riscrittura riunisce queste funzioni in un’unica applicazione basata su React, Relay, GraphQL e Fastify. Il server può inviare i contenuti della pagina progressivamente, senza attendere che il browser completi tutta la sequenza di download e richieste necessarie alla vecchia applicazione. X dichiara di avere mantenuto gli indirizzi esistenti, le indicazioni per i motori di ricerca e le regole sui reindirizzamenti: una precauzione fondamentale per un servizio la cui visibilità dipende anche da milioni di link già diffusi sul web.
La prova più spettacolare è stata registrata il 3 novembre, simulando una rete Slow 4G con cache vuota e confrontando il vecchio sito con la nuova versione disponibile su lite.x.com. Sul profilo esaminato, il primo post compare dopo 2,7 secondi anziché 23,9. La società specifica che si tratta di una registrazione dimostrativa: dispositivi, connessioni, pagine e condizioni reali possono dare risultati differenti.
Le misure più estese della stessa X confermano miglioramenti importanti soprattutto per profili e singoli post, ma mostrano anche i limiti della trasformazione. In un test con connessione rallentata e CPU frenata, la home page degli utenti connessi ha impiegato 14,1 secondi per mostrare il primo post, contro 24,6 della versione precedente: molto meglio, ma lontano dal numero di 2,7 secondi che sembra destinato a monopolizzare i titoli. Per quella schermata, infatti, il nuovo sito deve ancora attendere una parte del codice eseguito nel browser.
Anche The Verge ha riportato l’aggiornamento, ricordando che il rilascio agli iscritti procede progressivamente e che la versione nuova viene già usata per le visite senza accesso. Una promessa aziendale di velocità, dunque, è sostenuta da test tecnici descritti con dettaglio, ma non va confusa con una certificazione indipendente valida per l’intera platea degli utenti.
Il trasferimento non è concluso. Il nuovo sistema risponde già alle richieste dei visitatori non autenticati e dei crawler; per chi usa il social dopo il login, X sta confrontando le due versioni e può riportare gruppi di utenti alla precedente se qualcosa non funziona. È una migrazione reversibile, scelta per evitare che un cambiamento radicale trasformi in un esperimento su scala globale l’esperienza di tutti gli iscritti nello stesso momento.
Il vantaggio più duraturo potrebbe non essere percepibile nell’interfaccia. Un solo sistema per rendere le pagine significa anche meno occasioni per far divergere ciò che vede un utente da ciò che leggono Google, Bing o i servizi di anteprima. Per chi pubblica sul web questa è una lezione meno appariscente di un benchmark, ma forse più utile: la prestazione non è soltanto velocità, è anche coerenza tra contenuti, indirizzi e informazioni che i diversi intermediari ricevono.
È qui che la vicenda si allontana dalla solita discussione sull’AI che «ruba il lavoro ai programmatori». Nel racconto di X, gli agenti funzionano bene perché esisteva già un sistema complesso da usare come riferimento, con comportamenti verificabili e procedure di controllo trasformate in regole eseguibili. Dove mancavano i paletti, il codice generato richiedeva altre verifiche; dove i paletti erano chiari, diventava più facile accelerare senza perdere il controllo.
La domanda interessante non è allora quanti ingegneri siano rimasti davanti alla tastiera, ma chi decide quali cambiamenti sono accettabili, chi può fermarne la pubblicazione e chi risponde quando non funzionano. A X gli agenti AI possono scrivere una parte crescente del software. Non possiedono però il sito, non definiscono da soli gli obiettivi e non assumono la responsabilità delle scelte. La macchina accelera; il potere, almeno per ora, resta nelle mani di chi stabilisce le regole con cui quella macchina lavora. Persino quando le regole servono a impedirle di scrivere sciocchezze più velocemente degli umani.