
Meadow riduce lo smartphone all’essenziale: display da tre pollici, mappe, musica, chiamate e Uber, ma niente social media, browser o feed da aggiornare.
Lo smartphone Meadow è un piccolo dispositivo Android da tre pollici che conserva mappe, musica, chiamate, messaggi e servizi come Uber, ma elimina social media, navigazione web e feed. Il dispositivo, raccontato il 3 ottobre da T3, non cerca di riportare il telefono al 2002: prova piuttosto a separare le funzioni utili dalla macchina dell’attenzione che si è costruita intorno a esse.
Può eseguire Google Maps, Spotify, Apple Music, Uber e Strava, oltre a strumenti per chiamate, messaggi, foto, note, memo vocali, condivisione della posizione e scansione dei biglietti. Quello che manca è intenzionale: niente Instagram da aprire per riflesso, niente browser in cui perdersi, niente flusso infinito da aggiornare.
Per anni uno smartphone migliore era quello che permetteva di fare più cose. Meadow prova a vendere l’idea opposta: un telefono migliore potrebbe essere quello che decide in anticipo quali cose non farà.
Lo smartphone Meadow non è un dumbphone tradizionale. Usa Android e mantiene un insieme di applicazioni moderne, ma l’ambiente è chiuso e deliberatamente ristretto. Il display quadrato da tre pollici è meno confortevole per un uso prolungato rispetto a quello di uno smartphone convenzionale: in questo caso il limite è parte del progetto.
L’obiettivo dichiarato è lasciare a casa il telefono principale senza rinunciare alle funzioni che possono servire quando si è fuori. Si può trovare una strada, chiamare un’auto, ascoltare musica o avvisare qualcuno della propria posizione senza portarsi dietro l’intero Internet.
Anche la fotocamera segue la stessa logica. Il dispositivo non ha una vera fotocamera frontale: usa un piccolo specchio accanto a quella posteriore come aiuto per i selfie. Foto e video possono essere catturati, ma per rivederli si passa poi dall’app Meadow sul telefono principale.
Il compromesso è importante. Meadow viene presentato come companion device più che come sostituto universale. Ha un proprio numero e un proprio piano dati, quindi chi lo usa deve accettare una seconda linea e non riceve automaticamente chiamate e messaggi indirizzati al numero abituale.
Questa scelta lo rende meno pratico di uno smartphone normale. Ed è precisamente il punto: se ogni scorciatoia verso il telefono principale venisse mantenuta, la barriera perderebbe valore. Meadow non chiede all’utente di esercitare autocontrollo davanti a un feed disponibile; rimuove il feed dall’elenco delle possibilità.
È una soluzione radicale a un problema che finora è stato affrontato soprattutto con timer, modalità concentrazione e notifiche silenziate. Tutti strumenti utili, ma ospitati nello stesso dispositivo che contiene ciò che dovrebbero limitare.
Il prodotto appartiene a una nuova famiglia di oggetti digitali che non competono sulla massima capacità. Competono sulla capacità sufficiente: abbastanza connessione da non rendere complicata la vita quotidiana, non abbastanza da riempire automaticamente ogni attesa.
Resta da vedere quanto mercato ci sia per un secondo telefono con un secondo abbonamento e quali utenti siano disposti ad accettare il compromesso. Ma l’idea è significativa: la domanda non è più soltanto “cosa può fare questo dispositivo?”, bensì “quanto spesso riuscirà a convincermi a non usarlo?”.
Lo smartphone tradizionale promette di mettere il mondo in tasca. Meadow prova una proposta commerciale più modesta e, proprio per questo, sorprendente: lasciare in tasca soltanto quello che serve. Il resto del mondo, per una sera, può aspettare.