
La Cina vieta a SoftBank di acquisire ABB Robotics nel Paese. Per salvare l’operazione da 5,375 miliardi di dollari emerge l’ipotesi di separare le attività cinesi.
ABB Robotics doveva passare a SoftBank per 5,375 miliardi di dollari. Poi è arrivata la Cina, che ha vietato l’acquisizione delle attività robotiche di ABB sul proprio territorio. L’accordo globale non è stato dichiarato morto, ma adesso per salvarlo si starebbe valutando una soluzione piuttosto eloquente: comprare la robotica industriale lasciando fuori la parte cinese. Una tecnologia senza confini, purché non attraversi quelli sbagliati.
Il divieto è un fatto, non un’indiscrezione: ABB lo ha confermato il 5 novembre 2026. Il giorno successivo SoftBank ha precisato di aver ricevuto la comunicazione delle autorità cinesi il 4 novembre. I due gruppi hanno dichiarato di essere ancora in contatto per cercare una soluzione.
Il nuovo elemento è emerso il 7 novembre: Bloomberg, in un articolo ripreso da Swissinfo, ha riferito che le società e i loro consulenti starebbero studiando lo scorporo del business cinese. La ricostruzione si basa su persone a conoscenza dei colloqui. ABB e SoftBank non hanno confermato pubblicamente il piano e, secondo il resoconto, non vi è alcuna garanzia che vada in porto.
La compravendita era stata annunciata nell’ottobre 2025. SoftBank voleva rilevare la divisione robotica del gruppo svizzero ABB, un’attività che comprende bracci industriali, robot collaborativi, software, sistemi di controllo e servizi di automazione. L’obiettivo dichiarato dall’acquirente è rafforzare la propria presenza nella Physical AI, cioè nell’applicazione dell’intelligenza artificiale a macchine capaci di agire nel mondo fisico.
Il nodo giuridico è preciso. L’ufficio cinese competente per la revisione degli investimenti esteri sotto il profilo della sicurezza ha proibito a SoftBank di acquisire la parte di ABB Robotics operante in Cina. Non si tratta di un semplice rallentamento amministrativo. Ma non equivale neppure a dire che ogni alternativa negoziale sia già esclusa: proprio su questo margine si concentrerebbero i colloqui.
La Cina, inoltre, non è una presenza secondaria nel portafoglio della divisione. Secondo i dati riportati da Reuters il 7 novembre, rappresenta circa il 30% del business robotico di ABB. La società dispone anche di un’importante struttura di produzione e sviluppo a Shanghai. Separare quel mercato dal resto significa dunque intervenire sul perimetro industriale della transazione, non togliere una filiale trascurabile dall’organigramma.
Il possibile scorporo, secondo la ricostruzione di Bloomberg, creerebbe una società distinta per le attività cinesi, con una proprietà diversa da quella prevista per il resto di ABB Robotics. SoftBank potrebbe così tentare di procedere con l’acquisizione di ciò che rimane fuori dalla Cina. Si tratta però di un’ipotesi di trattativa, non di una struttura societaria già approvata.
Restano aperte domande che un comunicato di poche righe non può risolvere: quali brevetti, contratti, licenze software, attività di ricerca e servizi condivisi potrebbero essere separati? In che modo sarebbero gestiti gli aggiornamenti dei sistemi installati presso i clienti? E quale valore avrebbe l’operazione una volta escluso il principale mercato nazionale della divisione? Le risposte non sono state rese pubbliche.
Il fatto che ABB e SoftBank discutano ancora non autorizza a considerare conclusa la vendita. Né autorizza a descrivere lo scorporo come inevitabile: Bloomberg riferisce anche che ABB valuterebbe opzioni differenti, tra cui la ricerca di un altro compratore. Il punto, per il momento, è la dimensione del problema industriale aperto dal veto.
La questione va oltre il prezzo. Un robot industriale non è soltanto il braccio meccanico visibile in reparto: intorno ci sono sistemi di visione, software di controllo, parametri di produzione, manutenzione, integrazione con le linee e, in alcuni casi, dati utili a migliorare il comportamento delle macchine. È qui che la robotica incontra l’intelligenza artificiale e diventa anche una questione di proprietà delle informazioni.
Il Financial Times ha riferito, citando fonti a conoscenza della vicenda, di preoccupazioni cinesi riguardanti trasferimento all’estero di dati robotici, proprietà intellettuale e tecnologie impiegate nell’addestramento dei modelli. È una spiegazione giornalistica attribuita a fonti, non una motivazione ufficiale contenuta nei comunicati di ABB o SoftBank, che non dettagliano le ragioni del divieto.
Per comprendere il possibile valore dei dati basta guardare a ciò che accade quando un robot impara un compito dagli operatori. Terza Pillola ne ha già discusso raccontando AIR, il robot che impara dagli operai: il lavoro umano può diventare materiale prezioso per i sistemi automatizzati. Non significa che tutti i robot ABB trasferiscano dati o li usino per addestrare modelli. Significa che, se quel trasferimento diventasse parte della strategia industriale, stabilire chi lo autorizza non sarebbe una questione marginale.
La strategia di SoftBank aiuta a capire la posta in gioco. Nella propria politica di gestione per gli investitori, il gruppo indica la Physical AI come una delle aree chiave per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e presenta l’acquisizione di ABB Robotics come un modo per collegare il proprio ecosistema tecnologico a una base industriale già distribuita nel mondo.
Acquistare un fornitore di robot industriali non equivale quindi a comprare solo macchine. Può significare ottenere relazioni con i clienti, competenze di integrazione, assistenza, presenza nelle fabbriche e accesso a un settore nel quale portare nuovi modelli intelligenti richiede ancora hardware affidabile e risultati ripetibili. L’eventuale scorporo cinese potrebbe modificare questa prospettiva, ma quantificarne l’impatto oggi sarebbe prematuro.
Nel dibattito sull’AI si discute spesso di chi costruirà il modello migliore e di quale robot imparerà prima a lavorare senza assistenza. Il caso ABB-SoftBank aggiunge un passaggio meno spettacolare: un’operazione da miliardi può fermarsi davanti al potere di uno Stato di decidere chi possa possedere un pezzo della filiera tecnologica nel proprio territorio.
Il paradosso è tutto qui. La Physical AI promette macchine capaci di muoversi e apprendere in ambienti sempre più diversi; gli accordi che dovrebbero sostenerla, invece, devono ancora imparare a superare una frontiera. E per riuscirci potrebbe non bastare un software più intelligente: servirà decidere a chi appartengono fabbriche, tecnologie e dati. Questa volta la mano che ha fermato il robot non è meccanica.