
L’AI ha assorbito oltre 300 miliardi in emissioni di titoli nel 2026. Un’altra ondata è possibile: ora il problema è trovare chi paghi e a quale prezzo.
I finanziamenti AI hanno già superato i 300 miliardi di dollari in nuove azioni e titoli convertibili obbligatoriamente in azioni, venduti o prezzati nel corso del 2026. E non è finita: circa altri 100 miliardi potrebbero arrivare sui mercati. La tecnologia promette di riscrivere il lavoro, la ricerca e l’economia. Intanto sta riscrivendo un documento assai meno futuristico: il prospetto di raccolta del capitale.
I numeri emergono da un’analisi pubblicata l’8 novembre da The Information, che somma operazioni di Big Tech, produttori di chip, fornitori di cloud specializzati e alcune quotazioni, compresa quella di SpaceX. Sono cifre di emissioni azionarie e strumenti collegati, non la somma degli investimenti effettivamente spesi in intelligenza artificiale. E i 100 miliardi ancora possibili non sono denaro già incassato: rappresentano programmi o operazioni che potrebbero essere realizzati.
È la distinzione che conta. Quando il capitale arriva, si annuncia un nuovo data center. Quando il capitale costa troppo, si deve rivedere il calendario. Il limite della corsa all’AI potrebbe rivelarsi meno spettacolare dei chip: il prezzo che gli investitori sono disposti a pagare per finanziarli.
Nel conteggio rientrano società molto diverse, da Alphabet, Oracle, Meta e Intel fino a CoreWeave e Iren. Anche i titoli sono differenti: azioni ordinarie, collocamenti privati, strumenti convertibili e offerte pubbliche iniziali. Metterli nello stesso insieme è utile per misurare quanto capitale il settore stia chiedendo ai mercati, ma non significa che ogni dollaro finirà immediatamente nell’acquisto di GPU.
L’esempio più istruttivo è Alphabet. La società ha avviato un programma at-the-market (ATM) fino a 40 miliardi di dollari, che consente di collocare azioni gradualmente, invece di venderle tutte in una volta. Al 30 settembre ne aveva già emesse per 12,4 miliardi. Il dato risulta nel documento trimestrale depositato presso la SEC.
Ma nello stesso documento Alphabet precisa che i proventi di quel particolare programma sono destinati soprattutto a coprire obblighi fiscali legati ai compensi azionari dei dipendenti. Perciò sarebbe sbagliato descrivere ogni emissione della statistica come un assegno firmato per i data center. La fotografia non misura soltanto quanto costa costruire l’AI: misura quanta finanza ruota intorno alle aziende che la costruiscono.
Un programma ATM funziona come una porta tenuta aperta sulla Borsa. La società può vendere nuove azioni in più momenti, adattando quantità e tempi alle condizioni del mercato. È flessibile, ma non garantisce di raccogliere il massimo autorizzato. Se il prezzo del titolo scende, per ottenere la stessa somma bisogna emettere più azioni, aumentando la diluizione degli azionisti esistenti.
CoreWeave ha annunciato a settembre un programma che consente la vendita di un massimo di 35 milioni di azioni. Meta, secondo la ricostruzione di The Information, valuta invece un programma ATM da 60 miliardi che potrebbe partire all’inizio del 2027. Quel condizionale è essenziale: autorizzare o progettare un’offerta non equivale ad aver trovato acquirenti.
Per gli investitori il meccanismo ha un rovescio della medaglia: l’AI può crescere, le infrastrutture possono servire davvero e, contemporaneamente, chi possiede un’azione può ritrovarsi con una quota più piccola dell’azienda. Un successo industriale non coincide automaticamente con un buon affare finanziario per tutti.
Il caso di Iren rende concreta una pressione che spesso resta nascosta nelle presentazioni agli investitori. Secondo The Information, il fornitore di infrastrutture ha raccolto circa 3,7 miliardi di dollari attraverso il programma ATM avviato a marzo, ma ha anche spostato più avanti nel 2027 alcuni interventi sui data center e acquisti di chip previsti in precedenza.
Non è la prova che la domanda di capacità di calcolo sia evaporata. È la prova che una domanda forte non elimina il costo del capitale. L’azienda può avere clienti potenziali e impianti disponibili, ma deve comunque decidere come finanziare gli investimenti e quali cantieri avviare prima. Quando il denaro diventa più caro, anche l’urgenza tecnologica deve fare i conti con il bilancio.
È un tassello che si inserisce nel costo nascosto dell’AI tra data center, capitale e inflazione: la costruzione della potenza di calcolo richiede non soltanto energia, chip e immobili, ma una capacità continuativa di sostenere impegni finanziari enormi.
La ricognizione dei 300 miliardi non comprende la possibile maxi-quotazione di Anthropic, ancora da realizzare alla data dell’analisi. Secondo The Information, la società si prepara ad avviare la presentazione dell’offerta agli investitori nella settimana del 9 novembre, puntando a una quotazione nella settimana del 16. Sono obiettivi di calendario, non esiti garantiti.
Il nodo non è soltanto quanti soldi Anthropic possa raccogliere. È quale prezzo gli investitori accetteranno, mentre numerose società dello stesso ecosistema chiedono capitali e il debito per finanziare le infrastrutture è diventato più oneroso. La competizione non riguarda più soltanto i modelli, i benchmark o gli accordi commerciali. Riguarda l’accesso a una risorsa che, per definizione, non è infinita: il denaro disposto ad assumersi il rischio.
Finora la corsa all’AI è stata raccontata come una gara a chi compra più chip. La fase successiva potrebbe misurare chi riesce a venderne il costo agli investitori, senza svendere se stesso. Le macchine promettono di ragionare da sole. Per pagare la corrente, a quanto pare, serve ancora qualcuno che faccia i conti.